Capitolo 5

LA CASA DEL PENNA

 Tra le molteplici casermette poste a difesa del confine tra gli Stati parmensi e la Liguria, una ebbe una storia e godette una popolarità del tutto particolari. Alludia­mo alla cosiddetta Casa del Penna, altresì nota e citata come “il Palazzo” o “la Caserma di Maria Luigia”, posta nella foresta del Monte Penna presso le sorgenti del torrente Ceno, nei prati ancor oggi chiamati “della caserma vecchia”, a 1340 metri circa sul livello del mare, a 44°29’20” di latitu­dine e a 2°56’50” di longitudine W Roma Monte Mario (1).

Risalente per l’appunto all’epoca di Maria Luigia, l’edificio non era in realtà una vera caserma, ma un punto d’appoggio per i guardaboschi che svolgevano servizio nell’allora selva demaniale; nel già citato Tipo del Latifondo della Foresta di Monte Penna del 1853 (2) veniva infatti indicato come “casa di ricovero”.

La casermetta divenne proprietà privata nel 1853, quan­do cioè Carlo III duca di Parma cedette al suo consi­gliere e favorito, il barone inglese Thomas Ward, le mi­niere di ferro di Ferriere e l’intera foresta del Penna. Da allora la caserma seguì le sorti della foresta passan­do a vari proprietari, finché nel 1874 non divenne pro­prietà della Società Foreste e Miniere del Monte Penna. Fu proprio grazie alla disponibilità e alla generosità dell’ amministratore di questa società, Henry de Thierry, che la Casa del Penna acquistò fama e popo­larità.

La società utilizzava la casermetta per ospitare due guardie forestali, i signori Devoti e Rossetti, incaricati di vigilare sull’incolumità del­la foresta e di prevenirne i frequenti tagli abusivi dovuti ai poveri montanari della zona (3); talora vi si stabiliva con la servitù lo stesso de Thierry, che normalmente risiedeva a Santa Maria del Taro (4).

Mariotti la descrive così:

“Chi vuol farsi un’idea di quel luogo immagini una bella valletta aperta e ridente ad oltre 1300 metri sul livello del mare, in mezzo a boschi foltissimi che la cingono tutto intorno facendole riparo dai venti. Nel centro di questa valletta è la Casa della Penna; davanti ad essa si apre un piccolo orto tutto coltivato a patate, le quali, non ostante il freddo che regna lassù, sono belle e rigogliose; dietro e di fianco alla casa si stendono piccole praterie nelle quali rosseggiano squisitissime fragole e fragranti lamponi, che ricreano l’occhio e solleticano l’appetito; e vi sono anche molte perciole [mirtilli, ndr], piccolo frutto nero molto buono che nasce spontaneo nelle alte vette dei monti. La casa non è molto vasta, ma è però comodissima; vi sono gli alloggi per i guardaboschi e per altri impiegati della Casa De-Thierry, ed un appartamento signorile con bei letti e con tutti gli altri comodi della vita. A mezzogiorno, a settentrione ed a sera è tutta circondata dall’immensa solitudine dei boschi, al di là dei quali veggonsi sorgere enormi rupi che lanciano le punte fra le nubi; ad oriente invece la vista si stende sopra la valle del Ceno sino al lontano castello di Bardi; laggiù il Ceno è molto ampio, ma viene di mano in mano restringendosi sinché giunto presso la casa assomiglia meglio ad un piccolo rio che ad un torrente; nasce poco più in su in un luogo di incantevole bellezza cinto di rupi e di faggi; di là scende poi con mille cascatelle serpeggiando nel più folto della foresta” (5).

Orofilo, invece, aggiunge:

“Quantunque di rozzo aspetto, è un caseggiato vasto e sicuro: il guardiano delle foreste che vi abita con altre famiglie di impiegati della società inglese, tiene là una specie di osteria, ove si può trovare quanto occorre per rifocillarsi” (6).

  

Un rifugio famoso

 Sita in un luogo ameno (7), abitata tutto l’anno, unico pun­to di riferimento nella vastissima e disabitata foresta, ricca di acqua e servizi, la [...]

 

 

1)       Cfr. G.C. Raffaelli, Gli osservatori meteorologici di Monte Penna e di Santo Stefano d’Aveto,  “Atti della Società Ligustica di Scienze Naturali e Geografiche”, anno XV (1904), vol. XV, p. 153; Giovanni Mariotti, Tre giorni di gennaio sul Monte Penna, Parma, Tipografia del Pre­sente, 1880, pp. 95 e 125; Anonimo, Per la ricostruzione della Ca­sa del M. Penna, “Bollettino Storico Piacentino”, 1938, p. 69.

2)       Cfr. Tipo del Latifondo della Foresta di Monte Penna e delle parti ad essa attinenti comprese nei Comuni di Tornolo, Compiano e Bedonia spettante a Sua Eccellenza il Signor Barone Tommaso Ward verificato in parte, ed in parte rilevato nell’Agosto 1853 dal sottoscritto Geometra dello Stato Carlo Ricci, in Archivio di Stato di Parma, Mappe del Patrimonio dello Stato, mappa n. 511. Stranamente nell’atto amministrativo del 20 maggio 1853 che sancì il passaggio della foresta dallo Stato a Thomas Ward la casermetta non è citata. E’ invece presente nei successivi atti notarili, ad esempio nell’atto del notaio Luigi Guastoni di Piacenza del 24 marzo 1862 che sancì il passaggio della foresta del Penna al marchese Filippo Anguissola di Piacenza, dove viene indicata come “casa esistente sul Monte Penna”.

3)       Come accennato nel precedente capitolo, i ladri erano per lo più artigiani e montanari della val d’Aveto che col legno rubato realizzavano pale, scodelle, mestoli, cocchiumi per le botti, componenti di sedie e altri simili oggetti che poi vendevano alleviando così la loro atavica miseria. D’inverno, per non lasciare tracce nella neve ed evitare d’es­sere rintracciati, erano addirittura capaci di caricarsi il tronco sulle spalle: cfr. Giovanni Mariotti, Tre giorni di gennaio sul Monte Penna, op. cit., p. 133.

4)       Cfr. la testimonianza di Clementina Squeri al processo di monsignor Scalabrini, in Giovanni Battista Scalabrini, Scritti, Roma, Congre­gazione Scalabriniana, 1980, vol. XIV, p. 408.

5)       Cfr. Giovanni Mariotti, Escursione alpina al Monte Penna (VII), “Il Presente”, Parma, 11 ottobre 1876.

6)       Cfr. Orofilo, L’Apennino genovese dalla Scrivia al Taro, Genova, Tipografia Ligure, 1892, pp. 312-313.

7)       Dalla Casa del Penna, dunque, si vedeva tutta la valle del Ceno fino al ca­stello di Bardi. Vicino alla Casa del Penna, poi, c’era una particolarità: in un crepaccio la neve si accumulava e non si scioglieva mai; vi si recavano gli abitanti dei paesi vicini per prendere ghiaccio per gli ammalati (cfr. Giuseppe Se­gre, Santa Maria del Taro. Notizie storico-turistiche, Chiavari, Espo­sito, 1932, p. 58). Così racconta Orofilo: “L’elevazione e la vista che si ha di là, i prati e i boschi ond’è contornato rendono quel luogo veramente delizioso. Là sorge un’acqua copiosa e freddissima, la cui temperatura giunge appena a sei centigradi. Quella sorgente è alimentata da un naturale serbatoio di neve che si trova più su, in una cavità nell’interno della foresta, e che non riuscendo a sciogliersi nei mesi estivi si mantiene da un inverno all’altro. E così il monte Penna possiede anche sugli altri monti dell’Appennino ligure il vantaggio di avere in piccolo le sue nevi perpetue” (cfr. Orofilo, L’Apennino genovese dalla Scrivia al Taro, op. cit., p. 313).

 

 

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Albareto (PR): cartoleria Merlini, via del Teatro

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Bedonia (PR): edicola Zamparini, via Moro

Chiavari (GE):

Ferriere (PC): edicola Calamari, largo Risorgimento

Genova:

Parma: libreria Aurea Parma, strada Al Duomo

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Santa Maria del Taro (PR): edicola Mazza

Santo Stefano d'Aveto (GE): cartoleria Devoto, via Razzetti; rifugio Tomarlo (da Prevetto), località Pianpendini