|
DALLA PREISTORIA AL
MEDIOEVO
Luogo non antropico
e non antropizzato per eccellenza, fin dall’inizio della storia umana la
montagna è stata percepita come punto di incontro tra umano e divino, e
dunque è stata immaginata come dimora degli dei che l’uomo doveva
venerare ma non esplorare, o è stata interpretata come luogo di ascesi,
ricercato e abitato solo dagli eremiti perché giusto e adeguato scenario
di un possibile scontro tra Bene e Male.
Al di là di queste
interpretazioni di carattere religioso e morale, tuttavia,
dall’antichità classica fino a un’epoca relativamente recente la
montagna è sempre stata evitata perché percepita e vissuta come un luogo
scomodo, impraticabile, ostile, enigmatico, quasi sinistro.
Varie sono le
ragioni di questo pregiudizio invalso un po’ ovunque per secoli: i
rilievi montuosi erano evitati perché difficili da raggiungere e da
attraversare, ed erano temuti perché disabitati o, peggio ancora,
popolati (quando non erano addirittura infestati da mostri o creature
fantastiche e feroci) da genti arretrate, poco ospitali o dedite al
brigantaggio; ed inoltre erano anche disprezzati perché, oltre una certa
quota, ambienti inorganici e come tali privi dunque non solo di vita ma
anche di interesse, e poco amati perché interpretati come “deformità”
originate dal diluvio, e quindi come evidente imperfezione terrestre in
palese e insanabile contrapposizione alla perfezione dei corpi celesti.
Sentite come luogo
da cui era bene allontanarsi il più velocemente possibile, delle
montagne non c’era quindi né conoscenza né rappresentazione: se si
eccettua la famosa lettera di Francesco Petrarca a Dionigi da Borgo San
Sepolcro (Familiares, IV, 1) (1), scarse sono dunque le
testimonianze e le riflessioni antiche relative alle catene montuose,
come scarse sono anche le rappresentazioni pittoriche, di solito
stilizzate e convenzionali.
Un certo, incipiente
interesse per i rilievi lo si ebbe a partire dal Cinque-Seicento, quando
nell’ambito della nascita e del consolidamento degli Stati nazionali i
rilievi montuosi entrarono nelle raccolte topografiche ed
enciclopediche che illustravano le storie degli Stati e delle case
regnanti e che evidenziavano le risorse e le ricchezze dei vari
territori; a partire da questo periodo sui rilievi montuosi disponiamo
quindi di vari documenti di carattere economico e giuridico.
Successivamente il
sempre maggiore interesse per i fossili, curiosi e inspiegabili,
rafforzò la visione dell’ambiente montano come luogo stravagante, quasi
esotico, finché dal Settecento, grazie alla rivoluzione scientifica, il
mondo occidentale cominciò ad accostarsi e interessarsi seriamente e
continuativamente alle montagne, adottando la misurazione come criterio
conoscitivo fondamentale: ricognizioni topografiche, esplorazioni e
campionature di miniere, metalli e minerali, redazione di mappe, carte e
relazioni precise e dettagliate, misurazioni altimetriche cominciarono
così ad accumularsi e ad aprire la via dapprima alla conoscenza
dell’ambiente montano, poi all’insediamento e all’avviamento in esso di
attività economiche di ogni tipo.
Stante questo stato
di cose, non stupisce che anche per la zona del Monte Penna, come per
tante altre montagne e catene montuose ben più imponenti e importanti,
poco numerosi siano i reperti, le fonti, le testimonianze, le
descrizioni, come pure gli studi e le ricerche di impostazione
prettamente scientifica: solo in anni molto recenti, infatti, si è
cominciato a procedere in modo scientifico per arrivare a ricostruire
(al di là di fantasiose ipotesi che soprattutto a cavallo tra Otto e
Novecento avevano cercato di colmare le lacune storiografiche con
suggestioni di vario tipo) conformazione, natura, popolamento, attività,
cultura di una zona che è rimasta a lungo quasi disabitata e che solo in
epoca relativamente recente ha conosciuto una certa antropizzazione.
Per quanto concerne
le epoche più remote, ad esempio, solo molto recentemente Angelo
Ghiretti, con un volume che racchiude e conclude tutta una serie di
studi, scavi, esplorazioni e pubblicazioni (2), [...]
1)
Lo
scritto di Petrarca, la cosiddetta ascesa al monte Ventoso, forse il
primo e il più importante documento della storia letteraria che descriva
un paesaggio montano, costituisce una specie di archetipo dell’interesse
occidentale per il paesaggio e le montagne: anche se nell’ambito di una
complessa e allegorica lettura in chiave morale dell’ascensione che
presenta la ricerca della vetta e le incertezze della salita come
un’allusione alla complessità del cammino di redenzione ed elevazione
spirituale, con Petrarca per la prima volta viene ritenuta moralmente
lecita e addirittura degna di testimonianza letteraria un’ascensione
originata essenzialmente solo da motivi esplorativi e conoscitivi; e
soprattutto viene ritenuto legittimo rivolgere lo sguardo verso il
basso, verso il panorama, distogliendolo dalla simbolica, allusiva e
sino ad allora esclusiva ricerca dell’elevazione e dell’ascesi.
L’escursione alpina di Petrarca, ascesa che porta comunque anche alla
scoperta dell’interiorità, rimase però un’esperienza isolata, e non fu
quindi in grado di risvegliare l’interesse del mondo culturale europeo
per le asperità montane, che rimasero così per secoli poco esplorate e
soprattutto poco testimoniate.
2)
Cfr.
Angelo Ghiretti, Preistoria in Appennino. Le valli parmensi di Taro e
Ceno, Borgotaro, Associazione Ricerche Valtaresi “A.Emmanueli”,
2003.
|